sabato 26 marzo 2016

Il furto-censura della locandina 'sconcia'

Stamani mi accorgo che la locandina di Io passerina tu pisellino è stata tolta dalla bacheca.
Ieri, ancora nel pomeriggio, era lì.

Chi può aver rubato la locandina?

Sospettiamo che sia opera di:
- qualche pazzo feticista, sebbene sulla locandina non si veda molto di quello che può interessare certi tipi; in giro c'è molto di meglio;

- di qualche falso devoto che, dato che ieri sera è passata la Via Crucis davanti al teatro, ha voluto bonificare l'area dalle 'sconcezze'. Episodio simile era capitato con la locandina di Ballata per giovani dannati, che suscitò lo scandalo delle pie donne e santi uomini del circondario.

Insomma, sebbene in misura molto minore, credo probabile che la locandina possa aver subito la stessa sorte delle statue del Campidoglio, che qualche mese fa sono state coperte per non urtare la sensibilità del primo ministro iraniano Rouhani.

Quello che eventualmente questi 'ladri santi' hanno compiuto è comunque un furto e reato contro la libertà di espressione. In questi tempi di fondamentalismo, penso proprio che sarebbe opportuno trattenere certi impeti censori e pruriginosi.

Ricordo che al Teatro La Baracca non facciamo sconcezza alcuna; ché rispettiamo tutte le opinioni, ma combattiamo e combatteremo tenacemente, anche rivolgendoci all'autorità competente, tutti coloro che impediscono la libera espressione di pensiero.



giovedì 24 marzo 2016

FO due parole


Su Dario Fo, che compie 90 anni, e che tutti celebrano. 
Bravo come attore, ma come scrittore no. Nobel immeritato, dovevano darlo a Mario Luzi. Ma Luzi era un poeta schivo, non compromesso con il potere i partiti. Non era ruffiano, né falso. Ecco, il tono falso di Fo è quello che più mi disturba. In parte condivido il giudizio di Pasolini, che lo considerava appunto falso, 'la peste del teatro'. 
Tuttavia Fo, al netto di tutto, ha dato molto al teatro, anche facendo spettacoli brutti, nel senso che ha sostenuto il teatro come arte seguita da un pubblico sempre più distratto e indifferente. Franca Rame: quanta pazienza, povera donna, deve aver avuto. Ma anche in lei c'era quel tono che disturbava, anche in scena, e il sospetto che tutte quelle battaglie siano state un po' strumentali alla grancassa necessaria per il successo. 
Un po' quello che fanno tutti sui social.  

Ecco il terribile passo di Pasolini. Fo ha dato a lui, di rimando, del pornografo:

" L'Italia è un paese che diventa sempre più stupido e ignorante. Vi si coltivano retoriche sempre più insopportabili. Non c'è del resto conformismo peggiore di quello di sinistra: soprattutto naturalmente quando viene fatto proprio anche dalla destra. Il teatro italiano, in questo contesto (in cui l'ufficialità è la protesta), si trova certo culturalmente al limite più basso. Il vecchio teatro tradizionale è sempre più ributtante. Il teatro nuovo - che in altro non consiste che nel lungo marcire del modello del « Living Theatre » (escludendo Carmelo Bene, autonomo e originale) - è riuscito a divenire altrettanto ributtante che il teatro tradizionale. È la feccia della neoavanguardia e del '68. Sì, siamo ancora lì: con in più il rigurgito della restaurazione strisciante. Il conformismo di sinistra. Quanto all'ex repubblichino Dario Fo, non si può immaginare niente di più brutto dei suoi testi scritti. Della sua audiovisività e dei suoi mille spettatori (sia pure in carne e ossa) non può evidentemente importarmene nulla. Tutto il resto, Strehler, Ronconi, Visconti, è pura gestualità, materia da rotocalco. È naturale che in un simile quadro il mio teatro non venga neanche percepito. Cosa che (lo confesso) mi riempie di una impotente indignazione, visto che i Pilati (i critici letterari) mi rimandano agli Erodi (i critici teatrali) in una Gerusalemme di cui mi auguro che non rimanga presto pietra su pietra.

mercoledì 23 marzo 2016

DI QUALE CULTURA PARLA, QUESTO SIGNORE?

Renzi, Presidente del Consiglio, dichiara che con la cultura si combatte il terrorismo.

"Contro il terrorismo servono i militari così come gli operatori sociali e gli insegnanti. E' quanto afferma in un intervento sul sito del Guardian il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, all'indomani dei sanguinosi attacchi di Bruxelles. "L'Unione europea deve essere risoluta questa volta - si legge - dobbiamo investire nella sicurezza e difesa comune". Ma allo stesso tempo, "dobbiamo investire risorse, come l'Italia ha proposto in più occasioni, nelle nostre città e nelle periferie urbane anonime, portando scuole, infrastrutture e luoghi di aggregazione sociale". Secondo il premier, una parte dell'impegno per contrastare il terrorismo è militare, ma "se vogliamo veramente salvare la prossima generazione", un ruolo cruciale lo devono avere "gli insegnanti, i volontari e gli operatori sociali" e quindi la cultura." (Ansa, data di oggi).

DI QUALE CULTURA PARLA, QUESTO SIGNORE?
Mi chiedo: quale cultura, quella del PD?  Quella che distrugge aree archeologiche come Gonfienti per ampliare un interporto già devastante e fallimentare? Quella che a un teatrino periferico come il nostro (e come altre realtà soffocate in Italia) quelli del PD e quelli prima ancora nemmeno degnano di uno sguardo, come nella peggior caccia all'untore?
   
DI QUALE CULTURA PARLA, QUESTO SIGNORE?
Di cosa e di chi sta parlando, il Primo Ministro? 
Di aumentare ancor più la presenza invasiva invadente del sistema piddino in regioni, come la Toscana, dove è in atto un dittatura culturale mascherata? O della Lega nel sistema del Nord, almeno fino a poco tempo fa? O dell'intreccio clan-familistico, propriamente mafioso del Sud?

DI QUALE CULTURA PARLA, QUESTO SIGNORE?
Dove le nomine, i posti agli enti culturali sono solamente roba di partito e non hanno nulla a che vedere con il merito? Ah, quanti figli di babbi porta voti vi  si trovano rintanati! Dove i soldi culturali si danno solo ai fedelissimi; dove si circuita, a livello di spettacolo dal vivo ma anche di cinema, solo se si fa cassetta (e quindi si è televisivi e quindi 'spintarellati') oppure messi dai partiti o dagli amici?
O forse se si paga la mazzetta, in qualche modo?

DI QUALE CULTURA PARLA QUESTO SIGNORE?
Questi amministratori italiani hanno sempre fatto finta che non esistessero realtà alternative, vivaci, e anche polemiche. Perché, no? Cosa dovrebbe fare la cultura, secondo loro, se non calarsi come fa ogni giorno le braghe? Ma gli guardate, gli artisti, noi, come siamo miserabili e venduti? Guardateci!

DI QUALE CULTURA PARLA, QUESTO SIGNORE?
Perché pensate che la gente non vada per esempio a teatro o ad altre manifestazioni culturali se non perché queste sono del tutto addomesticate? Non è certo colpa di Internet! Il teatro, per esempio, a chi serve ancora, a chi serve andare alla Pergola, a vedere CHI? L'attricetta l'attricetto televisivo, o il cazzone teatrale sponsorizzato!

DI QUALE CULTURA PARLA, QUESTO SIGNORE?
Della cultura delle periferie? Sono state distrutte! Rottamate! Avete permesso di costruire mega-entri commerciali, mega-sale cinematografiche, realtà assurde, realtà che hanno sradicato storie millenarie, tradizioni, eventi, personaggi che non torneranno più. Su cosa costruiamo, oggi? Sull'Omnia Multicenter, sui Gigli? Su Ikea? Per dare lavoro a chi? E poi quale lavoro? Sfruttamento!

DI QUALE CULTURA PARLA, QUESTO SIGNORE?
La cultura ufficiale italiana, e in stato ancor più drammatico quella europea, è una cultura dittatoriale e in sé già terroristica. Terrorizza tutti gli artisti e li minaccia di morir di fame ogni giorno se non segue i dettami di governi, stati, poteri. Se non segue l'andazzo commerciale!

DI QUALE CULTURA PARLA, QUESTO SIGNORE?
La cultura, intesa come aggregazione sociale, è inesistente.  La scuola, poi, è una servetta scalza e muta. Brutta e poco interessante. Anche gli insegnanti sono ammutoliti, brutalizzati, minacciati. Su cosa devono costruire una 'buona' scuola? Senza parlare dell'Università italiana: oggetto scandaloso e ormai me(a)rcificato.

DI QUALE CULTURA PARLA, QUESTO SIGNORE?
E' evidente, si parla di cultura senza cognizione di causa; senza conoscere i territori, le storie, le umiliazioni, le sofferenze che ogni giorno si vive qua, con la 'cultura' in periferia.

Chi sopravviverà

Condivido questo brano tratto da  Il Medioevo prossimo venturo di Roberto Vacca perché, nonostante sia datato anni Sessanta, è buona chiave di lettura per tentare di comprendere il declino storico, umano, che stiamo vivendo. 

"John Doe vive a New York e si è convinto, ormai, che gli anni Settanta saranno molto peggiori degli anni Sessanta.
Gli è successo parecchie volte di restare bloccato nel traffico con la sua automobile per qualche ore e in un paio d’occasioni è stato costretto ad abbandonare la macchina e a tornare a casa a piedi, poi a notte alta è andato di nuovo a recuperare il suo veicolo.
Gli è successo di restare senza elettricità per qualche ora ma le conseguenze non sono state molto gravi: le vettovaglie nel frigo si sono deteriorate, ha dovuto bere un paio di Martini tiepidi, ha dovuto fare molte scale a piedi e la mattina non si è fatto la barba, perché possiede tre rasoi ma sono tutti elettrici.
Gli è successo di subire un ritardo di cinque ore prendendo l’aereo per Boston (mentre il volo avrebbe dovuto durare soltanto cinquanta minuti) e ha perduto una giornata di lavoro.
Gli è successo di non poter avere comunicazioni telefoniche con suoi corrispondenti d’affari e di restare isolato da loro così a lungo che ha perso parecchio buone occasioni e una certa quantità di denaro.
John Doe è preoccupato che i suoi figli si droghino, è preoccupato della svalutazione, è preoccupato dei crolli in borsa, ha paura che scoppi la guerra nucleare, ha paura di non riuscire a pagare i suoi debiti e le sue ipoteche. Però non ha molte informazioni sulla probabilità che tutti questi eventi si verifichino e non sta facendo molto per prepararsi a una crisi. Si è limitato a comprare due candele, dieci scatole di frankfurter e venti scatole di birra – la birra, però, l’ha bevuta quasi tutta.
Invece la probabilità che una crisi si verifichi è alta e sta continuamente crescendo, sia a New York che in ttte le città densamente abitate. Ecco uno dei modi in cui si potrebbe verificare l’apocalisse.
Potrà cominciare tutto con la semplice coincidenza di una paralisi del traffico stradale e di quello ferroviario. Come conseguenza, allo scadere del turno dei controlli in un paio di grandi aeroporti il personale di rimpiazzo non arriva affatto. I controller – che già lavorano molte ore al giorno per sei giorni alla settimana – devono continuare a restare in servizio, a seguire due aeroplani al minuti sugli schermi radar, a guidarli in partenza e in arrivo cercando di evitare le collisioni. Verso la diciannovesima ora di servizio quasi continuo la capacità di attenzione di un controller alla torre dell’aeroporto O’Hare a Chicago si abbassa senza che l’uomo, ubriaco di stanchezza, se ne accorga. Il controller commette un errore grave.
Un quadrigetto che sta per atterrare entra in collisione con un DC-9 che ha appena decollato e il groviglio dei due aerei colpisce una linea ad alta tensione interrompendola.
Il carico elettrico della linea interrotta viene istantaneamente ripartito su altre linee già sovraccariche.  Le protezioni entrano in funzione automaticamente, e a catena l’intera rete elettrica dell’Illinois, del Michigan, dell’Ohio, della Pennsylvania, dello sato di New York, del Connecticut, del Massachussetts va fuori servizio. Ma questa volta l’oscuramento è lunga: dura giorni e giorni.
Il mese è gennaio. La temperatura è di quindici gradi sotto zero. Ricomincia a nevicare e gli spazzaneve non possono entrare in azione perché le strade sono bloccate. Molte automobili consumano tutta la benzina tenendo il motore inutilmente acceso mentre sono ferme, bloccate nel traffico immobile. I rifornimenti di benzina sono impossibili, perché i motori elettrici delle pompe non funzionano. Molti automobilisti abbandonano i loro veicoli, contribuendo a rendere inestricabili gli ingorghi.
I treni non funzionano e molti impiegati sono forzati a bivaccare negli uffici, ove cercano di scaldarsi accendendo fuochi. Si sviluppano incendi che non possono essere spenti, perché le autopompe dei vigili del fuoco trovano le strade ingombre e non possono raggiungerli. Poche migliaia di persone cominciano a morire ove si producono scene di panico.
L’alba gelida del giorno seguente trova la situazione immutata. Cinquanta milioni di persone sono abbandonate a se stesse, senza rifornimenti e senza informazioni. Tutti cercano di telefonare e l’intera rete telefonica si blocca. Molti cercano di raggiungere a piedi i loro familiare iniziando marce di qualche decina di chilometri, che non riescono a completare; alcuni muoiono nella neve, altri chiedono asilo a chi non glielo può dare e ricorrono alla violenza oppure incontrano reazioni violente. Cominciano a entrare in azione parecchie migliaia delle decine di milioni di armi da fuoco  che negli Stati Uniti sono in possesso di privati.
I provvedimenti di emergenza e di ripristino non possono essere presi, anche perché la paralisi dei trasporti impedisce agli addetti di raggiungere i luoghi di lavoro.
Durante il secondo giorno viene proclamato lo stato di emergenza e le forze armate assumono tutti i poteri civili. La paralisi degli aeroporti impedisce di ricorrere a ponti aerei per sostituire i rifornimenti su strada e su rotaia. Si ricorre agli elicotteri militari – ma la loro capacità si rivela ben presto nettamente insufficiente ai bisogni.
Il terzo giorno cominciano i saccheggi dei supermercati, che i militari cercano di reprimere: alcune centinaia di persone vengono uccise nei torbidi.
John Doe si accorge di essere totalmente impreparato a questo tipo di situazione. Le due candele sono finite e tutti gli apparecchi elettrici di cui si era riempita la casa sono fermi e inutili.

José Gutiérrez – il portoricano – si trova molto più a suo agio. Il suo livello di sussistenza è più basso e le nuove condizioni per lui non sono particolarmente stressanti: non ha mai avuto telefono ed è abituato ad avere la luce tagliata per morosità. La sua casa, perciò, è equipaggiata per funzionare in condizioni minime e primitive. E’ abituato da sempre a vivere in una situazione più competitiva e violenta. Sarà José che accopperà John Doe per assicurarsi il possesso di alcune bombole di gal liquido. Sarà José che sopravviverà."

lunedì 21 marzo 2016

Festa della Poesia 2016 o della libertà

Sabato 19 marzo al Teatro La Baracca abbiamo celebrato la quarta "Festa della Poesia". Ormai la celebrano in tanti, ma la nostra ha avuto un esito particolare.
A parte l'esibizione dei poeti e non, in minor numero rispetto agli anni precedenti perché avevo messo uno sbarramento alla teoria di poeti che si 'mostrano' e se ne vanno eccetera, c'è stata tanta voglia di parlare.
A un certo punto il pubblico è salito sul palco a dimostrare che in questa società, come già molti anni fa sosteneva Pasolini, manca un ascolto, non tanto e solo dei poeti, ma anche della gente comune.
La gente è arrabbiata, soffocata. Non può parlare. La gente non ha un luogo per parlare in libertà senza essere ricattata, derisa, offesa, minacciata.
La serata è diventata poetico-politica, uno spettacolo-dialogo inusitato a cui si può ormai  assistere in pochi luoghi, troppi incontri sono organizzati e diretti da presenze di amministratori, politici, e quanti altri ormai imbavagliano e strumentalizzano. 
Libertà e piacere di parlare, di esprimersi, di ragionare, di fare poesia, senza paura e condizionamenti.

domenica 20 marzo 2016

NEANCHE L'OMBRA DI GONFIENTI

Pubblico una recensione, o come si direbbe in ambito teatrale, una stroncatura sulla mostra al Pretorio,  "L'ombra degli Etruschi" . Condivido totalmente.

"Cara Maila,

Che tristezza vedere che la mostra tanto attesa in città non comunichi, dopo 20 anni dal ritrovamento, un bel niente sull’insediamento di Gonfienti, salvo la riproposizione della kylix. Nessuna menzione sull’area insediata, sull’urbanistica, sull’architettura, sulle strade e le vie d’acqua, sul significato stesso di questa plurisecolare presenza nel contesto dell’Etruria Settentrionale ecc. ecc.  Si mostrano i bronzetti pratesi (arcinoti) della Collezione Guasti senza neppure indicare i luoghi del ritrovamento che pure sono descritti  in vari testi, nessuna menzione delle necropoli, silenzio sui siti d’altura in Calvana e in Valdibisenzio, sulle risorse minerarie del Monteferratosui popolamenti italici e la loro aggregazione in pianura voluta dall’élite etrusche (sinecismo) ecc. ecc. Una mostra che, a parte la presenza della kylix,  non aggiunge niente a quanto si sapeva negli Anni ’80, anzi si consolida il malinteso dell’ager fiesolano come  unico compendio della presenza etrusca  a nord dell’Arno. Una vera patacca per poveri ignoranti quali ci trattano essere!
Al danno l’ennesima beffa, con la gente che applaude nel vedere i bei cippi scultorei, ancorchè privi di commenti e di una lettura storicamente aggiornata, le grandi didascalie sul muro riportano frasi tratte dagli annali pre-scientifici del XVIII sec e della fine dell’Ottocento (roba da non credere!). Nessuna ricostruzione, se non un pannello topografico a carattere segnaletico  ripetuto ben tre volte nelle tre sale, evidentemente   a prova d’idiota. Il pathos ricercato con l’allestimento si specchia purtroppo nel nulla di un’informazione storico critica inesistente. Si recita nel titolo della mostra: “L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina”, ma non esiste alcuna lettura dei simbolidelle scritture in epigrafe e sulla ragione stessa di un’occupazione tanto capillare del territorio dal Mugello alla campagna fiorentina (quale?) fino alla piana dell’Arno e dell’Ombrone P.se (Firenze-Prato Pistoia), ed inoltre, non vi è nessun richiamo alla via del ferro che pure dal 2004 è una realtà accertata archeologicamente e ai retaggi protoetruschi dell’area.
La fase micenea (età del Bronzo  Medio 1-3)  è obliterata completamente, come i resti sparitsotto il magazzino dello scalo merci dell’interporto (nel catalogo si può vedere una foto prima della distruzione del sito!).
Il materiale di Villa Corsini a Sesto Fiorentino, dove pure sono esposte alcune antefisse rinvenute a Gonfienti (pudicamente non portate dalle curatrici qui, al Pretorio), ricorda soprattutto le predazioni anche istituzionali effettuate nel dopoguerra. Che dire di più?  A noi, più che ai posteri, la sentenza di uno scempiodi un danno incommensurabile che si vuol continuare a perpetrare anche sotto il profilo paesaggistico. Ancora una volta, neanche l’ombra di Gonfienti!"

G.A.C.

LA PROTESTA DEL GRUPPO DI VIGILANZA IN DIFESA DEGLI SCAVI DI GONFIENTI

La nostra protesta all'inaugurazione della mostra "L'ombra degli Etruschi" di oggi a Palazzo Pretorio a Prato.
Prima abbiamo assistito ai discorsi delle autorità - sembrava un gioco di scacchi: sacrifico il pedone, e io mi mangio la torre - e poi, fuori, abbiamo fatto la nostra protesta. Piccola, civile, pulita ed efficace.

L'ombra degli Etruschi è stata davvero (ironia tragica del titolo): a Gonfienti e ai suoi tantissimi reperti è dedicato, all'interno della mostra, un misero angolino.

Alla prossima.


Da Il Tirreno del 19.03.16
"Inaugurata l’affascinante mostra “L’ombra degli Etruschi”. Da domenica 20 l’apertura ufficiale al pubblico. Volantini di protesta in piazza...All’inaugurazione erano presenti il sindaco Matteo Biffoni («Questa mostra ci racconta il passato di Prato, il nuovo Centro Pecci che sarà inaugurato in ottobre racconterà il suo futuro», ha detto il sindaco), l’assessore alla cultura Simone Mangani, il prefetto Maria Luisa Simonetti («Finalmente un evento che farà parlare positivamente di Prato dopo una recente visibilità negativa»), il soprintendente per i Beni archeologici della Toscana, Andrea Pessina, il lucumone dell’Accademia Etrusca di Cortona, Giovanangelo Camporeale. All’esterno del Palazzo Pretorio sono stati affissi volantini che rammentavano polemicamente come siano trascorsi vent’anni senza che la città etrusca di Gonfienti sia diventata accessibile al pubblico.

http://iltirreno.gelocal.it/prato/cronaca/2016/03/19/news/prato-guarda-al-passato-e-scopre-le-meraviglie-della-civilta-etrusca-1.13155983?ref=hftipres-1

Da La Nazione del 20.03.16, Prato
LA PROTESTA 

APRE oggi al pubblico la mostra «L’ombra degli Etruschi. Simboli di un popolo fra pianura e collina», inaugurata ieri pomeriggio in presenza del sindaco Matteo Biffoni e dell’assessore alla cultura Simone Mangani, del soprintendente regionale ai beni archeologici Andresa Pessina, delle curatrici Paola Perazzi e Gabriella Poggesi. Proprio durante la cerimonia, in piazza del Comune una contestazione, fatta in modo discreto: sulla statua del Datini sono stati appiccicati vari bigliettini con la scritta «Gonfienti, 20 anni di silenzio»