venerdì 10 febbraio 2017

La razza esclusa

Vogliono valorizzare il territorio.
I prodotti locali.
Vogliono valorizzare la cultura.
Sorridono.
Parlano di inclusione.
Di dialogo fra le comunità.

Sono a capo o vicino o nei pressi di qualche associazione. Partito.
Assessori. Consiglieri. Cittadinanza attiva. Giovani. Attempati illusionisti.
Fanno del bene.
Fanno politica.
Fanno.

Qua, da venticinque anni, non li abbiamo mai visti.
Io noi siamo andati varie volte. Ad ascoltarli. A guardarli. Anche a chiedere e confrontarci.

Loro mai.
Di quale dialogo parlano? Di quale città inclusiva delle razze e delle diversità?

La nostra razza non è mai stata inclusa.
Perché non serviamo alla loro strumentalizzazione. Non abbiamo soldi da elargire. Vantaggi da prospettare. Non omaggiamo i loro interventi.

Apparteniamo  come a una razza indefinita, ma che si teme; infatti ci tengono lontani, per non contaminarsi, come se avessimo la lebbra.

La nostra razza non si riconosce dalla forma degli occhi, non si riconosce dalla forma delle labbra; dal colore della pelle: è una razza interiore, una razza di opposizione, di contrasto.

La razza esclusa.

giovedì 9 febbraio 2017

Trekking urbano, o dell'inquinamento in città

Basta passeggiare per le strade di Prato, come di troppe altre città,  per rendersi conto di come l'emergenza ambientale sia la prima 'priorità' cittadina.

Il vizio di lasciare il rifiuto abbandonato, prima ancora che le ditte cinesi massivamente tempestassero il territorio con gli scarti tessili per le strade, e anche sulla ciclabile,  è sempre stata usanza di molti.

Pratesi, che ne dite degli scarti dell'amianto che avete lasciato ovunque?
(Con questo certo non giustifico il barbaro comportamento di altre etnie, tutto il contrario!)

Qui vicino a me una stradina di campagna molto pittoresca, via Bigoli, è stata chiusa e si è lasciato che la natura ne riprendesse possesso, perché tutti tutti tutti vi andavano a buttare rifiuti di ogni genere.

Passeggiando lungo la Bardena, quella che poi diventa senza soluzione di continuità il Fosso di Iolo, quando, come spesso accade, non c'è acqua, vi si vede ogni tipo di oggetto che staziona sul letto del fiume. Da molto tempo è così.

Basta poi gironzolare anche per il centro, dentro le mura, per osservare come la pulizia, la cura, l'attenzione per gli spazi comuni non sono mai stati il forte del cittadino pratese. 

Parliamo di piccoli incidenti, inezie. Cacche di cane ovunque. A tutto questo amore per i cani, a questa proliferazione canina, non è seguito un innalzamento della civiltà nei padroni.

E il Bisenzio? Fatevi un giro in vallata, seguite a piedi il corso del fiume. E' da brividi. 
Oltre alla sporcizia, all'incuria e via discorrendo, se vi andate al tramonto, le nutrie vi circonderanno, poverine, come in una insolita danza apache, e non saprete più come uscirne.

Si vorrebbe davvero un progetto di parco fluviale, ma il Comune di Prato non riesce a organizzare altro che quello sulla 'Riversibility' (ma perché perché questo pseudo-inglese nell'italiano?) il che si concretizzerà in un demandare alle associazioni compiti che invece dovrebbero essere propri dell'amministrazione, e senza però risolvere i problemi.

L'acqua, poi, è un argomento delicatissimo: nel Bisenzio ancora qualcuno sversa sostanze inquinanti;, colorandolo com'era uso un tempo;  e l'Ombrone, che segna il confine verso il pistoiese, prende le acque un po' ripulite sì, ma fetide, del depuratore del Calice e di Baciacavallo. Odorare per credere.

L'aria. Prato è salvata dal vento, altrimenti non so. Ma con il progetto dei signori del caro estinto, in compagnia con le varie associazioni assistenziali e misericordiose, di realizzare un crematorio, risparmieranno sì i 'tristi viaggi in altre città' ai parenti del morto, ma lasceranno i vivi con la puzza in città, ora da una parte ora da un'altra, appunto a seconda del vento. Senza parlare poi dell'inquinamento conseguente...

Apro una parentesi: l'idea del farsi cremare è legittima e condivisibile; tuttavia, ultimamente, oltre alla moda, si osserva la tendenza di sbarazzarsi del morto prima possibile; insomma, di trattare gli esseri umani come rifiuti da buttare nella macchina crematrice (ma l'avete vista, com'è?),  e  'non se ne parla più'. Io sono, ripeto sempre, per il lento disfacimento delle carni e delle ossa, per dare, con il mio corpo, un po' di sano e gustoso alimento ai vermi. Insomma, voglio contribuire al virtuoso ciclo della natura.


mercoledì 8 febbraio 2017

Caro Michele

Caro Michele,
una bella, grande lettera ci hai regalato prima di morire!
Hai fatto bene a scriverci, dalla tua morte, e a compiere la tua volontà di andartene nel 'non-essere'.
La tua lettera è vera. Oggi la vita è tutt'altro che 'benedetta', e le speranze per l'umanità, per il suo futuro, sono al momento misere, strette, talmente soffocanti, che darsi la morte può essere sensato. 
Lo insegnano i saggi da sempre, ed è così.
Scegliere di morire è un atto di libertà che nessuno ci potrà mai togliere. L'unico vero atto di libertà in molte situazioni.

E questa nostro presente può essere una di queste, dove l'individuo è nulla, è solo un mezzo nudo, anche se tramite oggetti funzioni e soldi, che sono il vero fine ormai, si figura di esserlo lui, quel fine.

La storia è ferma, stupida, violenta più che in altri momenti del recente passato.
Quelli della mia generazione hanno ancora fatto in tempo a intravedere qualcosa di diverso, illusioni speranze che sembravano concretizzarsi il giorno dopo; per questo sognano che la Storia possa ancora cambiare, volgere al meglio le sorti dell'umanità, e combattono, e sono i più restii a mollare. Ma quelli della tua, no. Essi sono stati privati di ogni strumento per trasformare alcunché, e sono resi sudditi e schiavi di un sistema che li illude di vincite e successi, ma in realtà li usa e getta. E,  in molti casi, è una generazione che smania per entrare nel triste gioco, e sottomettersi.
Grazie per il tuo grande gesto di vita e ribellione.
M.


"Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.
Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.
Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.
Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.
Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.
A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.
Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.
Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.
Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.

Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.
Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.
Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.
Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.
Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.
Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.
P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.
Ho resistito finché ho potuto."
Michele (n.d.r., un ragazzo di Udine che si è ucciso il 31 gennaio).

Povero Tenco

Io non vedo il Festival di Sanremo, ma so che hanno chiamato due cantanti, ipocritamente, a interpretare"Mi sono innamorato di te" di Luigi Tenco. Quest'anno ricorre il 50esimo della sua morte.
Caso mai avrebbero dovuto cantare, anche per rispetto filologico, "Ciao, amore ciao".  Questa canzone cantò prima di essere ammazzato. (Io la penso così).
Ma la bieca melassa festivaliera non permette questo, ché significa riportare alla luce anche significati, parole di accusa, e fare i conti con un passato-presente che deve restare 'figurina'. 

Povero Tenco, in che bieca melassa continuano a ficcarti.


martedì 7 febbraio 2017

Tintori e il miracolo del cassonetto

Vado a buttare la carta nel cassonetto dedicato, ed ecco che trovo i tre libri della foto, così buttati, fra cui un prezioso libri di Tintori, L'autoritratto.
Si tratta di una tiratura limitata a 500 esemplari del 1986; questo è l'esemplare n. 343.
Sono basita, arrabbiata per questi tempi senza memoria e cura, eppure anche felice. C'è sempre qualcuno che torna indietro e raccoglie la carta che è stata buttata.
Mi sembra un messaggio, un messaggio per me, che prendo il libro, insieme agli altri, e lo porto a casa.
Li pulisco, ma sono ancora in buone condizioni.
Stasera inizierò a leggere quello di Leonetto, e già mi sembra, da un primo scorrere con lo sguardo sulle pagine, un libro di memorie delicatissimo come la sua semplice, poetica, folgorante scrittura.
Scrive Tintori nella premessa:

"Ramo secco.
Non ho figli. E non posso vantare una genealogia illustre con antichi progenitori noti.
Figlio di Francesco Tintori il quale fu figlio di Aronne Tintori (degli Innocenti), figlio di N.N.
Il cognome Tintori venne al nonno da una generosa famiglia adottiva che lo trasferì dall'Ospedale degli Innocenti di Firenze nella campagna vicino a Monsummano dove ebbe la gioia di una vita attiva e laboriosa.
Dove trascorso di generazioni in attesa di assolvere consueti doveri.
Ramo secco disposto ad ardere e diffondere calore."


Recensione su "Io e Federico"

Il prof. Centauro, docente di Restauro Architettonico presso l'Università di Firenze, che ha scritto studi importanti al Castello federiciano di Prato (1), era presente alla prima di Io e Federico (Dialogo con l'imperatore), e ha dedicato questa sua recensione sul dramma. 
Lo ringrazio pubblicamente.


"Io e Federico. Dialogo con l’Imperatore
E’ successo a La Baracca. Un grande Federico II, tutto ardore e incrollabile spirito si è materializzato sul palco evocato dall’autrice, genialmente camuffata nelle vesti di Arlecchino, quale moderno buffone di corte in grado di solleticare, dopo 800 anni, il ritorno dello “stupor mundi” a misurarsi con il futuro.
Senza corte, senza banchetti e, soprattutto, senza dame accondiscendenti, l’Imperatore non si è tuttavia negato o tirato indietro nell’incalzare delle provocazioni sottili dell’autrice, dimostrando tutta la sua inarrivabile personalità e un incommensurabile carisma anche al cospetto di un pubblico lasciato a bocca aperta, coinvolto come non mai nella pièce. Originalità, spavalderia, irriverenza per un poco politicamente corretto personaggio hanno fatto il resto. Tutti ipnotizzati dallo sguardo, dai gesti, dalla mimica incisiva e tagliente dell’imperatore che arguto, astuto, sempre profondamente umano come lo può essere un re senza paure. Le sue parole si sono manifestate con una forza d’urto senza pari lasciando tutti storditi di cotanta eloquenza. L’abilità dell’autrice / conduttrice della scena ha dipanato i nodi più tosti, abbattendo pian piano la riottosità del personaggio, sospettoso per indole e regalità, toccandone i tasti giusti per esaltare una sensibilità mai doma, cosicché l’istinto felino del Re (hic sunt leones) è entrato prepotentemente e con grande lucidità sui temi a lui cari, da noi, poveri e meschini ometti di oggi, non meno sentiti  del potere politico, dello jus  discrezionale “a tempo”, brandendo la spada della ragione di un’illuminata ragion di stato opposta al sotterfugio, alla manipolazione ideologica, alla dabbenaggine. Si è fatto storia, geografia e filosofia a La Baracca attraverso una mirabile narrazione e una duplice stupefacente interpretazione degli ideatori ed artefici della messa in scena. Tangibilmente reale il contesto, che ha reso possibile svelare la realtà velata dalla damnatio memoriae dell’uomo Federico e del grande politico della nobile casata Hohenstaufen, tanto da far apparire miserevole il nostro quotidiano speso o per meglio dire sospeso all’ombra di una democrazia falsata, quanto goffa e volatile come un qualsiasi derivato finanziario. Incalzato da Arlecchino, l’imperatore dichiara senza peli sulla lingua di avere apprezzato i giullari del libero pensiero, non senza però averli dopo la recita giustiziati per lesa maestà, di aver altresì rigettato come inutili omuncoli i leccapiedi di corte, sopravvissuti nella vana gloria di contare qualcosa ma, appunto per questo, lasciati campare. Se non fosse stato per il veleno che l’ha ucciso avremmo avuto ancora oggi un Federico II, magari in grado di elevare Prato, con il suo straordinario castello, al rango di capitale del nord Italia con buona pace della città del Giglio e della Roma papalina … troppo presto sei uscito di scena, caro Federico, anche se eri un tipo da evitare, pur tuttavia  da ammirare per quell’incrollabile coraggio “da falconiere” e per il sogno di arte, poesia e ingegno che ha saputo coltivare e senza tentennamenti lasciarci in eredità.
Alla fine (perché tutto ha una fine) del breve sogno coltivato al tuo fianco per un sera ancora, abbiamo conosciuto meglio le verità del nostro passato che troppo assomigliano a quelle nascoste di oggi, sentendo intimamente una pulsione diversa a vivere la nostra esistenza perché la vita può essere vissuta solo coltivando un sogno, come tu hai saputo fare, battendosi perché infine questo possa realizzarsi".
Giuseppe Centauro
Teatro La Baracca, 4 Febbraio 2017


lunedì 6 febbraio 2017

Morte, datore di lavoro

Ora, invece di esser contenti di non esser più costretti a lavorare, così i filosofi da Aristotele a Marcuse sognavano per il 'vero' uomo,  noi viviamo con gran cruccio la prossima scomparsa o già attuale di molti del consueti lavori retribuiti.

Semplificando: per colpa delle macchine, e della democratizzazione del mondo.

Per questo io immagino aumenteranno gli aspiranti politici,un'orda che spererà di ottenere un vitalizio minimo e un po' di agio. E questo avviene proprio nel momento in cui si giura o ancor più si giurerà, spergiuri, che l'attività del politico sarà a tempo, non a vita. 

E già se ne vede, dei soliti vecchi ma anche di tanti giovani già bavosi in carriera, la futura corsa.

Aumenteranno forse solo i lavori retribuiti legati all'accudimento (quello la macchina non lo fa); tutto ciò che è relativo alla gestione dei bambini, alla nascita, ai futuri bebè consumatori (la campagna pubblicitaria per le future mamme è già in atto, e anche al concorso canoro di Sanremo, e chi mamma non vuol essere chissà che non venga deportata in qualche luogo deplorevole e impervio del pensierino comune), ma soprattutto, aumenterà l'attività relativa alla gestione dei vecchi e della morte.  

La Morte, si sa, è il datore di lavoro della Vita, e viceversa, ma oggi, in questa penuria di attività e soldi, è diventato fondamentale non perderla d'occhio, la Falciatrice, e con ansia il vecchietto la vecchietta rimbambiti sono coccolati e seguiti da azzimati lacché di benemerite associazioni, pronte a sperare che tu viva in eterno (così a prenderti i soldi a vita), oppure che tu muoia, così almeno di gestire e acconciare le tue ossa.

E son così previdenti, che in molte città, per esempio, si sta facendo il possibile per costruire forni crematori (eh, visto che tutti, da salma, voglion esser bruciati - ma perché, perché?), e affermano, funerei: "Non è più rinviabile".

Replica di "Io e Federico"


Più bello di ieri, senza dubbio. E tutto molto più chiaro: testo, personaggi, tempi, comicità, malinconia, dramma.

I commenti della replica di Io e Federico (Dialogo con l'imperatore):

"Un personaggio complesso, tratteggiato con fenomenale originalità, ci fa riflettere su temi che sono attuali: la bontà, la malvagità di quelle meravigliose creature che sono gli uomini. Complimenti, grazie".  (Graziano C.).

"Bravi in questa interessante e ironica rappresentazione inedita di Federico II, a cui tutti dovrebbero assistere. Secondo me, imperdibile anche per le scuole". (Gabriella C.)

"Complimenti per aver portato in scena un personaggio così complesso e difficile come Federico II. Spettacolo molto adatto anche per la scuola". (Tiziano P.)

"Piacevole incontro con Federico. Maila e Gianfelice bravissimi. Spero che Federico torni ancora in Baracca. Maila, dagli la caccia!. (Piera).



domenica 5 febbraio 2017

Debutto di "Io e Federico"

Ieri sera il bel debutto di "Io e Federico",  e stasera si replica.
Avevo paura della prima; oggi è sempre più difficile portare testi 'importanti' e significativi in scena. Quando si cerca e tenta una cultura diversa da quella dominante, si finisce per aver paura del pubblico, della sua reazione ad argomenti 'alti' o non consueti.

Questi i primi commenti:

"Spettacolo molto coinvolgente, grazie!" (Franco F.).

"Questo Federico sarà sempre secondo così come appare con la vostra grande bravura" (Carla C.)

"Molto interessante, adoro che siano portati in scena personaggi storici, specie dopo studio approfondito. Personalmente gradirei un Federico 2, Federico 3, per approfondire la sua importanza nella cultura italiana, sia nelle scienze eccetera. Complimenti".  (Annalisa C.).

"Spettacolo molto bello, un testo profondo, sentito, sofferto. Un'interpretazione coinvolgente e leggera nello stesso tempo. Bravi. (Valentina C.)

"Complimenti ad entrambi! Spettacolo interessante e anche umoristico. Bravissimi." (Edoardo B.).

"Complimenti! Stupor mundi!" Andrea B.

"Carissimi, sono senza parole...un lavoro molto interessante! In realtà ne avrei di cose da dire...Geniale la messa in scena, il testo è molto bello, l'interpretazione magnifica, che bella idea!..." (Maura S.).

"Io e Federico" è uno spettacolo complesso e spiazzante, caratterizzato da molteplici livelli di lettura, e al tempo stessso 'leggero' e perfettamente fruibile...Maila Ermini e Gianfelice D'Accolti sono riusciti ancora una volta a sorprendermi. Felice di aver assistito allo splendido debutto di ieri". (Eloisa P.).

"...Mi è piaciuto molto, siete così bravi. E il testo così bello. Penso sempre che dovreste avere più mezzi per poter raggiungere più persone."  (Raffaella L.).