sabato 19 maggio 2018

La finzione diventa realtà: ecco come andato il debutto di "A che ora è la rivoluzione?"

C'è stata davvero ieri sera, un piccola rivoluzione durante il debutto di "A che ora è la rivoluzione?".
Sembrava che la storia che si rappresentava andasse oltre il palco, per conto suo, e si svolgesse attorno, fuori:
una festa dei ragazzi nel prato della parrocchia accanto al teatro, stile anni '60, e un black out, che poteva davvero sembrare un effetto voluto, perché era in tema con la recita, e che ci ha costretto a interrompere per continuarla fuori, per capire cosa era successo.
Ma sembrava che recitassimo, io stessa ancora non ci capivo molto, e il confine fra realtà e finzione, per qualche minuto, è stato confuso...

Quello di cui si rappresentava, insomma, accadeva nella realtà, intorno a noi.

Credo che gli spettatori siano stati fortunati, perché hanno vissuto un'esperienza unica, una doppia emozione: insomma la confusione dei ragazzi - tra l'altro diciamolo, molto più educati di tanti adulti - e il black out non abbiano fatto altro che valorizzare e palesare il senso dello spettacolo.

Un piccolo miracolo che non accadrà un'altra volta.
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I commenti:

"Ancora una volta bravi. Anche a luci spente". (Sauro)

"Interessante questa rivoluzione ai tempi della badante; chissà perché Armena... ".

"La sorpresa non mi ha dato la parola, resto in riflessione" (Fulvio).

"Spettacolo molto interessante e appassionante" (Dunia Sardi).

"Grazie per darci ancora la possibilità di riflettere, di pensare. Bravi.


giovedì 17 maggio 2018

RIvoluzione...

Paura, eh?
A che ora è la rivoluzione?
Venerdì 18 e sabato 26 maggio 2018, ore 21, al Teatro la Baracca 

di e con Maila Ermini
e con Gianfelice D'Accolti


mercoledì 16 maggio 2018

Punto 6 del contratto SalviniDiMaio: la cultura

Copio sotto il punto 6 del contratto di governo stilato fra Di Maio e Salvini.

Scusate, parlerò duro. E me ne scuso. Mi capita di rado, sono generalmente una donna educata. Ma stavolta no.

Chi ha scritto questo programmino sulla cultura? Chi l'ha redatto? Anche se è vago e superficiale (usa poi la parola 'eccellenza', no!), tuttavia tocca due punti per me importantissimi, di cui riempio da dieci anni questo mio diario: lo spettacolo dal vivo e il patrimonio artistico.

Dico subito: il discorsetto grilloverde n.6 farebbe ben sperare. Sarà così?

Forse,  almeno da vecchia, potrò davvero ottenere un po' di giustizia anche per il mio lavoro?
Potremo davvero ricevere un sostegno per quello che faccio facciamo da anni?
Smetteremo di vedere recitare suonare danzare dirigere assumere nei teatri soprattutto o quasi solo i lecchini, gli unti dal potere e dei vari partiti?
Saranno davvero cambiati i criteri dei finanziamenti?
Potremo vedere un po' di attività creativa seria, vera, onesta?

Gente: io per questo presentai due ricorsi al TAR, perché mi avevano tolto i pochi giochini che mi avevano dato cinque minuti prima. Il primo ricorso ebbe un esito ambiguo: mi rifiutarono i soldi con la scusa di aver presentato domanda come singola artista (guai a esserlo)!; il secondo fu perso del tutto, ché contestavo il sistema dei teatri residenza che devono essere gestiti come aziende! 
Il concetto berlusconiano, il teatro-TV, attuato da un governo regionale di cosiddetta Sinistra!

Cosa dovevo fare per ricevere i finanziamenti? Avrei dovuto sganciare mazzette, raccogliere voti e consenso? 

Ho fatto altro!

Ho fondato un teatro; ho vinto quattro premi teatrali e due di poesia, l'ultimo di teatro giorni fa!, ho scritto un numero infinito di opere teatrali in gran parte rappresentate. Vivo di questo lavoro! Cosa diavolo dovevo fare per ricevere un po' di finanziamento serio? Cosa diavolo dovevo fare per essere minimamente rispettata e considerata nel mio lavoro da quei quattro scalzacani messi a far finta di dirigere, cosa dovevo fare per poter girare anche io ogni tanto con la mia compagnia nei teatri cosiddetti importanti? Un tempo avevo sette attori con me e tutti in regola, che pagavo con i miei soldi, la cogliona!

La politica, di destra di sinistra centro uguale, mi ha bandito. Sono una bandita del teatro, e anche perché ho tentato di valorizzare la cultura, non ultimo il patrimonio culturale della mia spocchiosa città, una Prato devastata dalla sua politica industriale forzosa, combattendo in prima persona, e per questo punita, per il riconoscimento di un sito archeologico, Gonfienti.

E' proprio di quello di cui voi parlate nel vostro punticino!

Capito? Farete sul serio, oppure riserverete - a me e a tutti quelli come me, ormai nella Riserva, nel Gulag - lo stesso trattamento che ricevo riceviamo ormai dalla politica oligarchica monopolistica di cacca - qui mascherata da Sinistra - da molti lunghissimi anni, tutti i giorni? 

Quante promesse di giustizia sono passate davanti!


Non riesco a essere più ottimista circa le lentissime sorti future e progressive. 
Sarete i soliti arroganti del potere?
Al momento giusto, se e quando andrete a giocare coi bottoni, o grilloverdi, vi potrò meglio rispondere. 


Il sottolineato è mio.


"6. CULTURA
Il patrimonio italiano rappresenta uno degli aspetti che più ci identificano nel mondo. Il nostro Paese è colmo di ricchezze artistiche e architettoniche sparse in maniera omogenea in tutto il territorio, e in ogni campo dell’arte rappresentiamo un’eccellenza a livello mondiale, sia essa la danza, il cinema, la musica, il teatro. Tuttavia, nonostante tali risorse l’Italia oggi non sfrutta a pieno le sue possibilità, lasciando in alcuni casi i propri beni ed il proprio patrimonio culturale nella condizione di non essere sfruttati a dovere. I beni culturali sono uno strumento fondamentale per lo sviluppo del turismo in tutto il territorio italiano. Tuttavia lo Stato non può limitarsi alla sola conservazione del bene, ma deve valorizzarlo e renderlo fruibile attraverso sistemi e modelli efficaci, e grazie ad una gestione attenta ed una migliore cooperazione tra gli enti pubblici e i privati. Occorre mettere in campo misure in grado di tutelare il bene nel lungo periodo, utilizzando le risorse a disposizione in maniera virtuosa.

È necessario partire da un principio chiaro: la cultura è un motore di crescita di inestimabile valore, e certamente non un costo inutile. Tagliare in maniera lineare e non ragionata la spesa da destinare al nostro patrimonio, sia esso artistico che culturale, significa ridurre in misura considerevole le possibilità di accrescere la ricchezza anche economica dei nostri territori. I nostri Musei, i siti storici, archeologici e UNESCO, inoltre, devono tornare ad essere poli di attrazione e interesse internazionale, attraverso un complessivo aumento della fruibilità e un adeguato miglioramento dei servizi offerti ai visitatori.

Tra le varie forme, d’arte lo spettacolo dal vivo rappresenta senz’altro una delle migliori eccellenze del nostro Paese. Eppure l’attuale sistema di finanziamento, determinato dalla suddivisione secondo criteri non del tutto oggettivi delle risorse presenti nel Fondo Unico per lo Spettacolo (FUS), limita le possibilità delle nostre migliori realtà e impedisce lo sviluppo di nuovi progetti realmente meritevoli. Riteniamo pertanto necessario prevedere una riforma del sistema di finanziamento che rimetta al centro la qualità dei progetti artistici."

Lo stupro di Sorrento, ovvero la moderna brutalità organizzata

Esprimo la mia solidarietà e vicinanza alla donna inglese per quanto ha subito in vacanza insieme alla figlia a Sorrento nel 2016, e di cui si sa solo adesso per l'arresto dei colpevoli: drogata e violentata da dieci uomini che hanno continuato a umiliarla anche dopo lo stupro, con offese e foto, scattate durante la violenza e poi condivise sui social. 

Travolta dalla moderna brutalità organizzata, dalla guapperia più tracotante, il maschilismo più prepotente e aggressivo, la spaventevole vanteria del gruppo dei cazzoni, che ogni volta pensano di farla franca e di avere le spalle coperte dalla stessa pseudocultura sessista in cui sono cresciuti e pasciuti, la donna ha mostrato forza, coraggio e determinazione nel non lasciarsi devastare da una umiliazione assoluta, che però temo non riuscirà mai a cancellare.


https://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/18_maggio_15/stupro-sorrento-racconto-vittima-trascinata-stanza-li-erano-pronti-dieci-uomini-nudi-536da1c8-5806-11e8-ac60-60db95e74eb3.shtml

martedì 15 maggio 2018

Tutti i no del mondo

Oggi mi chiedono perché io non ho mai recitato nel teatro prima comunale poi nazionale della mia città, il Metastasio. Né al Fabbricone. Né negli teatri importanti della Toscana, bandita dal circuito monopolistico del gotha teatrale, anche nazionale. A parte qualche sporadica eccezione.

La domanda me la fa chi non conosce il 'sistema', i problemi, i meccanismi della politica e del potere; e le invidie.

Come si fa a spiegare?
Molta gente non capirebbe, anche se glielo spiegassi. La maggioranza rimane dall'altra parte, e non solidarizza con te, che sei una perdente. O dissenziente. Perdi perché dissenti? Non lo fare!

Alla fine poi è sempre colpa della vittima, non di chi compie il sopruso.

E allora, anche questa volta come altre e non per vigliaccheria, ho risposto con una battuta, deviando il discorso.

Il fatto che tu non abbia recitato in quel luogo consacrato, marchia la tua arte in modo forte, la relega al secondo posto o anche più giù. Pochi riescono a distinguere, dissociare fra la qualità dell'opera dal luogo dove si svolge.

Il luogo conferisce all'opera rispettabilità, consenso. Valore. Vedi la televisione.
Anche perché molti vivono il teatro come esperienza mondana, intrattenimento sabatoserale.

E infine: non cerco più di portare le mie opere in quei posti, dove so che anche se riuscissi a portarcele, rischierebbero di essere censurate o calpestate. 

Non perdo più tempo nell'attesa di essere ricevuta dal direttore artistico che ti tratta con ironia, che nemmeno poi alla fine ti ascolta.

Non scrivo più nemmeno a queste autorità presentando le mie opere. Non chiedo più:  Mi mette nella programmazione?

Quando qualche mese fa, dopo un breve colloquio, ho lasciato la stanza dell'attuale direttore del Metastasio, ho deciso che quello sarebbe stato l'ultimo incontro di una lunga, permettetemi di scrivere, squallida serie, e che quel direttore per me sarebbe stato l'ultimo direttore.

E non mi resta altro, ed è molto, che creare altri valori, altri riferimenti, altre prospettive (il teatro La Baracca è uno di questi), e scrivere e rappresentare, inventare nuove scene e personaggi ancora e felicemente, lasciando tutto quello che di negativo ho ricevuto, soprusi, angherie, censure, offese, umiliazioni, tutti i no del mondo insomma, definitivamente ALLE SPALLE.


domenica 13 maggio 2018

Il governo dello scambio democratico

Nel momento in cui si sta formando il nuovo governo fra il partito MU e il partito MA, il magnate viene 'riabilitato'.
Evento a orologeria. Tic tac tic tac...bum!
Il Tribunale Sorvegliante, e mentre i cacicchi europei sono nella europeissima  tranvitica Florence (Oh, my God!), il tribunale decreta una nuova verginità al magno indagato. Questo è il prezzo scritto sul cartellino del muovo governo MU-MA, senza il quale non si sarebbe potuto realizzare, senza il quale il magnate non avrebbe ceduto il passo o si sarebbe fatto da parte.
Tornerà, egli tornerà assiso negli alti scranni!
E lì darà filo da torcere al governo stesso, e anche per questo è stato riabilitato....
Evviva il nuovo governo dello 'scambio democratico'! che ha tolto il paesotto dallo stallo (ma non dagli stallieri).

mercoledì 9 maggio 2018

La televisione, la moderna corte del re

La televisione, che pensavamo sconfitta con l'avvento della Rete, attraverso questa si è rafforzata.

Essa è lo strumento assoluto del dominio, che ormai nella realtà si esplica piuttosto economicamente, attraverso l'asservimento a certe pratiche a cui siamo costretti per condurre una vita cosiddetta decente.

Politicamente e culturalmente tutto avviene là; fuori nulla sembra esistere: persone, opinioni, azioni, opere, arte. 

Tutto è là confinato, e tutti guardiamo quel luogo e vorremmo andarci. La meta!

La corte del re si trova in televisione, nelle televisioni, e là troviamo i suoi ministri e i suoi cortigiani.

La corte è composta da cortigiani fissi e da cortigiani diciamo 'mobili'. 

Infatti ci sono le nuove entrate a corte; ogni tanto qualcuno viene introdotto, il fortunato!, omaggiato, riverito. L'unto dal privilegio! 

Tutto il resto ha poco valore. E il tuo valore non ti dà nessun resto!

La corte televisiva domina incontrastata sulle idee, le persone, i loro movimenti, i loro guadagni. 

Determina la loro felicità! La nostra felicità!

Pensate all'attore, al giornalista, allo scrittore, al musicista, al pittore, all'artista in generale, ma anche ad altri che svolgono mestieri non intellettuali! che non saranno mai nessuno perché non andranno in televisione! La fama sui social serve a poco o niente, tranne qualche eccezione, qualche meteora...

La televisione stabilisce quindi ciò che deve e può essere esistere, pensato, detto, e nei modi stabiliti dal potere.

Ma ricordate! tutto in televisione è falso, distorto, asservito per ottenere il totale servilismo degli spettatori, cioè dei cittadini, ossia tutti noi, perché ormai tutti siamo ricondotti in massa al misero e rabbioso mestiere dello schiavo-spettatore.


L'Etrusca Disciplina

L’Etrusca Disciplina e il temenos di Gonfienti                                   
di Giuseppe Alberto Centauro


Si racconta che un fanciullo d’origine divina, di nome Tagete, insegnò in un sol giorno l’arte divinatoria agli Etruschi che, di generazione in generazione, la tramandarono insieme ai riti accadici e anatolici delle origini  (culti ilozoisti); in queste arti gli Etruschi furono maestri tanto da porre quegli antichi saperi al centro del loro modo di essere, di porgersi nei confronti del quotidiano e, imparando da essi, affinarono indiscutibili capacità tecnologiche e metallurgiche. Strabone racconta che fu Tarconte, fondatore di Tarquinia (Tarchu-na in lingua etrusca), insieme al fratello Tirreno a introdurre tali riti in Etruria nel corso della prima migrazione dalla Misia. Verrio Flacco e Aulo Cecina ci tramandano che fu proprio Tarconte ad iniziare nel IX sec. a.C. l’esplorazione dei territori a nord dell’Arno, spingendosi in Val Padana fino alla pelasgica Spina. Oggi, dai ritrovamenti di Villanova a Castenaso (BO) e in mancanza di più precise cognizioni, indichiamo come Villanoviani quei primi colonizzatori confondendoli con le popolazioni aborigene ed altre con le quali i Rasenna condividevano ataviche usanze. Gonfienti è al centro di queste epiche reminiscenze con le quali concludiamo questo ciclo di storie. E’ stato già detto come gli assetti delle città etrusche fossero ben pianificati, ordinati secondo un rigoroso schema matematico derivante dall’osservazione dell’Universo [“CuCo”, 253, p. 13] e dall’arte divinatoria che si esercitava attraverso i codici haruspicinifulgurales rituales. Analizzando gli antichi insediamenti, pur non conoscendo le arcaiche liturgie,  si hanno conferme di quelle “speciali” attitudini nel costruire le “città dei vivi” e le “città dei morti”, a cominciare dalla mai casuale dislocazione dei santuari che etruschi e pre-etruschi (dalla Cultura del Rinaldone in avanti) fondavano coi principi della  «geografia sacra». Tale disciplina si basava sulla conoscenza e l’utilizzo dell’energia creatrice della Terra, seguendo gli orientamenti astrali (o delle divinità cosmiche) duplicati nelle cavità sotterranee  (o delle divinità ctonie). Il bronzeo “Fegato di Piacenza” (IV-III sec. a.C.) ci mostra la suddivisione della volta celeste nel mondo etrusco nella maglia di partizioni teocratiche geo orientate alle quali gli aruspici si rapportavano. Il microcosmo etrusco ruota alla ricerca dell’Armonia, simbiosi tra natura e artificio, per riprodurre in Terra quello che si muove in Cielo e che si rigenera nel grembo della Madre Terra. L’Etrusca Disciplina era in grado di captare le fonti energetiche e di imbrigliarle entro precisi confini fisici (inter amnes, nelle paludi e nei bacini lacustri, intorno alle sorgenti delle alture coniche e biconiche o “lunate”, nelle sinuosità di fiumi, laghi e coste marine) e,  laddove tale energia rischiava di disperdersi,  si erigevano terrapieni, recinti circolari in modo da contenere i flussi energetici endogeni, catturando quegli  esogeni  nell’alternanza del giorno e della notte, della luce solare diretta e lunare riflessa.  L’ager bisentino di di  Gonfienti è da questo punto di vista un luogo emblematico.  La morfologia, l’orografia e l’idrografia di quel territorio rendono percepibili  le connessioni esistenti, qui amplificate dai fenomeni carsici che omologano l’azione dell’uomo a quella della natura e viceversa  (doline, grotte, anfratti come vie cave, recinti murari, acquidocci ecc.).  In tutta l’Etruria continentale ci sono  solo due luoghi, pur nelle diverse dimensioni, che lasciano intravedere il modello archetipo che riflette il cielo sulla terra: il Fanum di Bolsena, conclamato santuario di Voltumna, con le isole Bisentina e Martana, “sacre aiuole” della Dea Madre, emergenti nelle acque del cratere vulcanico; e il naturale enclave, ancora tutto da esplorare, della “magica” conca di Travalle dove, al centro di una radura sottratta da secoli alle acque, spicca una motta gradonata detta Castellaccio e Castelluccio (castrum sive castellare). Per la diffusa presenza di strutture megalitiche, di allineamenti, coppelle e spartitoi l’intera vallecola non può che essere il temenos dell’Offerente: un’area inusitata che si estende dal crinale del Camerella fino all’acropoli di Poggio Castiglioni, disegnando un’ampissima cornice circolare interrotta, a sud est, dalla stretta di poggio dell’Uccellaia che la separa dalla Chiusa di Calenzano e dal massiccio del Morello. Il focus areale è posto laddove le acque del Marinella e del Camerella (deviato ad hoc) confluiscono insieme ad altri ruscelli e ad acque risorgive verso la collinetta artatamente modellata, fatta di  terreni e pietre di antico riporto, sostenuta da cortine di alte muraglie già datate del IV/III sec. a.C. (fig. 1). L’amena altura, ingentilita oggi da strette balze di ulivi, delinea una sorta di ziggurat  che si eleva per poco più di 20/22 mt. dal piano mediano di campagna, per una larghezza di 120 e una lunghezza di 240. Stupisce il tracciamento a terra delle redole e delle profonde canalizzazioni di drenaggio che la spartiscono in precise porzioni geometriche che si aprono a raggiera nelle direzioni cardinali della volta celeste (fig. 2), proprio come nel rituale fegato ovino (v. Carta).  Nelle occultate viscere pare materializzarsi  il mito del labirintico mausoleo del Re d’Etruria, citato ma mai visto da Varrone, descritto tra le fabulae Etruscae da Plinio il Vecchio: “sepultus sub urbe Clusio, in quo loco (Porsina) monimentum reliquit lapide quadrato quadratum …” (Naturalis Historiae, lib. XXXVI, 91). In questo sito sono stati trovati innumerevoli reperti litici e ceramici d’epoca etrusca e romana, questi ultimi da porre  in relazione ai resti di una villa rustica d’epoca imperiale rinvenuta nei pressi della vicina Villa-fattoria di Travalle dall’esoterico giardino; pur tuttavia, nonostante questi seri indizi, la curiosità della scienza resta ancor “sospesa” perché niente ancora si è  fatto per approfondire,  per essere in grado di svelare verità nascoste.

 Articolo pubblicato su Cultura Commestibile n.261: http://www.culturacommestibile.com/


Fig. 1_ Riprese a volo d’uccello della motta di Travalle (foto di G.A. Centauro, 2003)    

Fig. 2_ La motta di Travalle vista da Poggio Castiglioni

Il disegno del “Fegato di Piacenza” perfettamente coincidente con la conca di Travalle e la Valdimarina nei caratteri orografici e morfologici spartiti nelle regioni celesti costituenti il pantheon etrusco (montaggio di G.A. Centauro, 2003)

Il Fegato di Piacenza

martedì 8 maggio 2018

E il Museo Archeologico di Campi Bisenzio quando lo aprono?


E il Museo Archeologico alla Rocca Strozzi di Campi Bisenzio, quando lo aprono? 
Ci sono i reperti di Gonfienti!

Il 24 settembre scorso era stato pomposamente annunciato! (1)
So che è già allestito...o no?

Non solo hanno portato i reperti di Gonfienti via da Prato, ma ora nemmeno lo aprono questo museo di Campi?

Ma che bravi, si va sempre per il meglio.

Non parlo per stupido campanilismo, il museo etrusco (così lo avrei detto io) doveva aprirsi a Prato perché in questo modo si finiva un po' con la storia di Prato città medioevale, dell'industria e del tessuto, di questa scelta culturale che il potere ha fatto per la città! Prato è anche altro, non solo tessutino e pane, movida e localino! 

A Prato c'è stata una importante scoperta archeologica che il potere politico ha negato, ri-negato e continua a negare!

Ma a questo punto mi chiedo: gli scavi sono morti, la zona archeologica di Prato è abbandonata...allora almeno apritelo il Museo, che tra l'altro a Campi Bisenzio, cittadina ormai divorata dal Centro Commerciale I Gigli, sono anche prossime le elezioni!

Sveglia, cittadini!

(1)

A proposito di medicina e medici alternativi: l'omeopata Mattoli e il prof. Marcello Comel

Da bambina soffrivo di una malattia alla pelle e mia madre, non sapendo come risolvere il problema che mi affliggeva e che la medicina tradizionale non riusciva a risolvere, mi portò da un omeopata, un certo dottor Mattoli, che aveva lo studio a Calenzano.

Il dottore mi dette una manciata di bustine bianche, piccole, che contenevano minuscoli pallini altrettanto bianchi, che dovevo sciogliere in bocca. Avevo nove anni. Allora l'omeopatia era questa sconosciuta.

In pochi giorni la mia malattia cominciò a scomparire...

Quando sento dire che l'omeopatia non ha valore scientifico, solo un effetto placebo, mi dico: può darsi; ma allora io ero una bambina e la medicina classica aveva su di me un effetto nocebo!

Il dottor Mattoli mi costrinse poi a una dieta ferrea che avrei dovuto seguire fino ai 18 anni (come feci), e che periodicamente seguo anche adesso perché mi fa stare bene, ed è questa (correva l'anno 1970): niente fritti, tutto cotto a vapore o lesso o sulla brace; niente cibi chimici, conservanti, coloranti, niente lieviti chimici. Poca pasta e poco pane (se non pasta o pane fatto in casa e con farina non trattata chimicamente (già allora!); zero insaccati, zero cioccolata, zero dolci, caffè... Gelato una volta l'anno; cioccolata a Pasqua. Per il resto quantità a volontà. 

La dieta mi gettò nella quasi disperazione (senza cioccolata né dolci!), e anche mia madre ne subì forti conseguenze (doveva cucinare per me a parte!), ma cominciai subito a sentirmi diversamente, e anche a scuola detti subito risultati migliori.

Purtroppo, oltre alla scomparsa della mia malattia, dopo poco sparì anche il dottor Mattoli, che morì all'improvviso, e mia madre non riuscì a trovare altro omeopata nella zona che continuasse la cura.

Il dottor Meoni allora consigliò mia madre di portarmi in visita dal Prof. Marcello Comel, a Pisa.

Anche se non era un omeopata, Marcello Comel aveva, a dire del nostro dottore, alcune caratteristiche che potevano essere compatibili con quelle del dottor Mattoli.

Mia madre, donna mercuriale e coraggiosa nelle sue piccole ma per me fondamentali scelte innovative, come mi aveva portato dall'omeopata in tempi 'preistorici' (e criticata da tutti!), non esitò dopo qualche tempo a portarmi dallo sconosciuto luminare veneto che insegnava a Pisa.

L'incontro con il professor Comel, in quella villa splendida sulla Piazza dei Miracoli, che ora si chiama domus comelliana, per me fu una rivelazione!

Per l'alimentazione mi disse di seguire assolutamente le prescrizioni del suo collega; in più mi invitò a camminare almeno mezz'ora al giorno, tutti i giorni.

Poi mi dava vari insegnamenti; uno dei precetti base, che mi faceva ripetere a voce alta, era quello delle  3M: poco mangiare, molto masticare, tantissimo muoversi.

Ogni volta che mi visitava aveva cura di allontanare i miei genitori, diceva loro, ricordo benissimo: "Andate a farvi una passeggiata o solite sulla Torre!", e poi mi metteva seduta sul lettino. Mi visitava e intanto chiacchierava. Più che visite mediche, per me erano lezioni, incontri didattici. Si definiva un medico umanista, o qualcosa di simile.

Dopo la visita-lezione, che avveniva di solito verso le dieci e durava un'oretta, lo vedevo allontanarsi con passo svelto col suo bastone perdendosi fra i turisti di Piazza dei Miracoli.  So che lui camminava almeno un'ora al giorno.

A proposito del camminare aggiungo questo: ora tutti praticano lo sport, si muovono o per salute o per estetica. Allora la ginnastica non era una pratica diffusa, e tanto meno il camminare. 

Presi a camminare tutti i giorni, e la gente mi derideva. Diceva a mia madre: cosa fa tua figlia a passeggio il pomeriggio, o addirittura la domenica mattina? Farebbe meglio a starsene a letto! E ridacchiava. Mia madre, che sapeva il motivo, rispondeva per le rime. Prese a camminare anche lei, e poi tutta la mia famiglia cambiò le sue abitudini, che in principio erano molto sedentarie.

Alla fine guarii completamente, ma da allora non ho mai smesso di praticare gli insegnamenti dei miei...più che dottori, maestri.

lunedì 7 maggio 2018

Il nostro tempo "Dash" (A proposito di Paolo Ferrari)

E' vergognoso che  fior fiori di giornali e giornalisti ricordino l'attore Paolo Ferrari, morto ieri, soprattutto per la pubblicità di Dash. 
E' cosa dire del personaggio di Archie Goodwin che interpretava nella miniserie televisiva di Nero Wolf? E di tutto il teatro di qualità che ha fatto fino alla fine? Del doppiatore? 
Anche Gianfelice ha avuto il mio stesso sbigottimento davanti a tanta superficialità.

Viviamo tempi "Dash".


https://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/morto-paolo-ferrari-lo-storico-spot-dei-fustini-dash/304006/304636

Aggiunta del giorno dopo:
copio questo articolo, del giorno 8 maggio, 2018 che per fortuna ci fa sentire meno soli nelle nostre considerazioni:

A che ora è la rivoluzione? Locandina collage

Ho preparato questa locandina-collage (65x44 su foglio di carta gialla), tecnica adatta alla commedia A che ora è la rivoluzione?


Gli artisti si pagano a babbo morto (e sepolto)

Molti di voi hanno uno stipendio, una pensione, come si dice, un emolumento sicuro.

Tutti i mesi ricevete i vostri santi soldi. Pochi o tanti che siano.

Alcuni invece come me, no. Devono aspettare, spesso sollecitare, risollecitare quello che invece loro spetta.

Per gli artisti è sempre così. I soli che li pagano, subito, sono i privati. A parte qualche furbo (incluso direttoruccio di teatro di provincia) che 'tira'...e paga a babbo decomposto. Disgraziatamente i 'pago e subito' vogliono fare tutto a nero, e la cosa è sgradevole.

I committenti pubblici, scuole, comuni, enti vari, se va bene ritardano il pagamento di 40, 60 giorni: dico, se va bene, ma in troppi casi si deve aspettare ancor di più.

Fino ad arrivare a 6 mesi per avere un misero pagamento!

Voi ogni mese siete tranquilli, noi, dopo aver lavorato, bisogna scrivere mail, telefonare, insomma, dobbiamo continuare a darci da fare per aver il nostro.

E tutto questo è umiliante!

venerdì 4 maggio 2018

No Nobel

Salta il Nobel alla Letteratura 2018 per scandali all'interno dell'Accademia, e non solo sessuali.

Mah, ce ne faremo più che una ragione!
Usato strumentalmente da sempre, viziato consustanzialmente, il Nobel ha perso il suo valore. 

Insomma, e non solo quelli sulla letteratura, i giudizi dell'Accademia Svedese erano già saltati da alcuni anni. E non solo per me.

Ricordiamo che Jean Paul Sartre rifiutò nel 1964 il premio Nobel, ma già bel 1925 Shaw lo aveva preceduto aggiungendo le parole:

 “Posso perdonare Nobel per aver inventato la dinamite, ma solo un demone con sembianze umane può aver inventato il Premio Nobel».

Drammatico invece il no di Pasternak, a cui il KGB proibì di ritirare il premio, pena la confisca di tutti suoi beni e il divieto di tornare in Russia. Era il 1958.

giovedì 3 maggio 2018

Sirante, sei un grande


Continua la meravigliosa azione politica di Sirante (colui che guarda o va verso la Siria?), vero artista che, con i suoi quadri appesi sui muri del potere romano e italiano - che puntualmente vengono portati via da vigili e autorità - ci dà respiro e fa sperare in questi tempi reazionari ed ipocriti. Qui una interpretazione originale e stupefacente dell'opera di Raffaello, L'incendio del Borgo, trasformato ne L'incendio del Nazareno, e allude alla resa dei conti nell'esangue Partito Democratico.

E tutto il Giglio Magico magicamente reso. 

Epifania della censura

Periodicamente mi trovo a dovermi confrontare, anzi, toccare con mano la censura.
Oggi non esistono comitati censori ufficiali come quelli che esistevano durante il Fascismo, censura politico-repressiva, o anche quella dopo l'avvento della Repubblica, censura politico-preventiva, come quella che affliggeva il cinema.
Nella Roma Antica esisteva la damnatio memoriae, la morte civile, ed era una censura assoluta, la cancellazione dell'esistenza di qualcuno, ma anche più di qualcuno, anche di un popolo (come in parte avvenne per quello etrusco, per esempio, o altri popoli italici).

Oggi di tutto questo non c'è più bisogno, siamo democratici e civili!, ma anche perché esiste ed è in atto l'autocensura, come avviene per esempio nei giornali, che scelgono di non pubblicare un certo articolo per motivi di opportunità.
Quest'ultima censura l'ho sperimentata per esempio con Turista il barbaro, ed è stata una damnatio di matrice economica, ché portare in scena una storia che tratta di un argomento considerato motore dell'economia italiana, il turismo, è giudicato sconveniente. 
L'opera viene rifiutata, e non è necessario averla vista, ché contiene già, nel titolo due elementi, soprattutto l'aggettivo, che è ritenuto da non associare al sostantivo. Il turista non può essere barbaro, e noi stessi, che siamo tutti turisti oggi ("essere moderni significa anche essere turisti", dice Azzurra al padre nella commedia), preferiamo non consideraci tali, anche se inevitabilmente lo diventiamo.

Nel passato ho subito altre forme di censura, anche dal vivo: con Matilda, e chi recitava con me lo ricorderà, in un teatro di Poggibonsi fui contestata dal pubblico, era un professore che mi costrinse a rientrare in scena per farmi alcune domande 'difficili'... Gli organizzatori mi minacciarono di non pagarmi lo spettacolo, e fra i giovani attori serpeggiò lo sgomento. Eppure il pubblico aveva riso, si erano divertiti!

Matilda ha subito una censura costante, e al Teatro Comunale di Pescia fui costretta anche, per recitare, a far leggere il testo e a firmare una sorta di responsabilità morale. Era il 1999, non il 1899!

Ultimamente l'opera Le maschie è stata boicottata da certa parte politica femminile, anche se per fortuna il problema è stato superato il dramma ha incontrato il favore del pubblico e l'ho portato perfino in tournée.

Ieri, sulla bacheca di Facebook del Teatro La Baracca, che uso appunto come bacheca informativa, metto la comunicazione per il debutto della mia nuova opera dedicata al '68, A che ora è la rivoluzione? ed ecco che scatta quasi subito  il blocco. Ufficialmente mi dicono che ho usato 'troppo' la funzione, ma non è affatto così.  Sospetto che sia la parola 'rivoluzione' a dar fastidio. Non c'è altro motivo, non ci sono offese o foto sconvenienti.
Stamani continua il blocco, e credo che continuerà ancora per un po'. 
Ma il tempo della rivoluzione è davvero finito, e quello che conta è ormai solo il profitto. 

Le terre incognite di Gonfienti

Pubblico un altro articolo del Prof. Centauro, di cui consiglio vivamente la lettura per comprendere anche la mancanza di Storia di cui soffre l'insediamento etrusco di Gonfienti. Guai, ai vinti!


La “terre incognite” di Gonfienti  
di Giuseppe Alberto Centauro


L’anno 390 a.C. segna una profonda linea di demarcazione tra la storia arcaica, dalla trattatistica retorica e letteraria, e il racconto storico su base documentale, come lo stesso Tito Livio non esita di riconoscere al cospetto dei grandi storici che l’avevano preceduto, quali Polibio e Dionigi di Alicarnasso. Il 390 a.C. è anche l’anno della capitolazione di Roma sotto le orde galliche di Brenno che ancor oggi risuona nel memorabile: “Guai ai vinti”. In quell’anno si era consumata anche la sorte di Gonfienti, sommersa in poche ore da rovinose acque fluviali. Una terra senza storia dunque quella di Gonfienti, persino confusa dal più grande storico di Roma, ora Camars ora Clusio. Di certo l’insediamento etrusco sul Bisenzio seppe rigenerarsi, sopravvivendo ancora per secoli fino alla tabula rasa di Silla in vari ambiti satelliti che dalle sue rovine crebbero in potenza e si svilupparono: a sud, Artimino; ad est, Fiesole; ad ovest e a nord, i segni territoriali si confondono però nelle reminiscenze leggendarie di una Bisenzio mercantile e di un arroccato Clusio (luoghi più o meno corrispondenti ai siti dell’odierna Prato e di Calenzano). La rarefazione delle fonti storiche e, soprattutto, la grande colmata alluvionale che fin dal V-IV secolo a.C. ha coperto per l’intero gli sbocchi vallivi dei torrenti Marina e Marinella fino alle sponde del Bisenzio, da Gonfienti a Capalle (Campi Bisenzio), ha fatto sì che di questo straordinario lembo di pianura rimanesse in luce solo l’arcana bellezza corografica dei suoi monti. Lo testimoniano i massicci della Calvana e del Morello, oggi separati da illogici confini amministrativi, disegnati con linee geometriche senza alcun significato quasi si trattasse dei deserti coloniali nord africani.  Poco di più ci è dato di sapere, nonostante i tanti reperti dissotterrati nei cantieri edilizi della zona e nonostante gli innumerevoli segni materiali di antichissime antropizzazioni, anche perché la paludata archeologia istituzionale sembra avere perduto l’originaria propensione alla ricerca sul campo. La curiosità di un tempo ha lasciato il posto alla routine e così le terre di Gonfienti, al pari dell’insediamento etrusco sotto l’Interporto, sono disertate, non interessando più alcuna perlustrazione geofisica dei siti e con essa ogni altro tipo di autonoma verifica archeologica. La spessa coltre dei sedimenti alluvionali della Valdimarina, ulteriormente incrementata da secolari arature e da esiziali trasformazioni infrastrutturali, conferma però una ricca stratigrafia archeologica che mostra chiaramente la discontinuità temporale che segnò la fine della città etrusca e con essa i segni del disastro ambientale, umano e naturale che interessò quel territorio. Fu forse il sistema di dighe a collassare e generare una sorta di primigenio Vajont in tutta la piana? La lettura sedimentologica dei terreni avvalorerebbe questa ipotesi se solo si procedesse in modo sistematico con le indagini in situ. Se, agli esordi del VI sec. a.C., il tracciamento della via etrusca che conduceva in tre giorni da Pisa a Spina, poneva al centro del sistema politico Gonfienti e, al di là dagli appennini, Kainua (Marzabotto) [“CuCo” 251, p. 14], si sanciva pure la piena occupazione dei territori cispadani da parte degli Etruschi, ma nondimeno i Galli stavano iniziando la loro inarrestabile penetrazione dalle terre dell’Oltrepò lungo la dorsale fino al mare, alla coste marchigiane (fiume Esino), impadronendosi pian piano delle terre abitate dagli Etruschi e dagli Umbri che da tempo  facevano parte del vasto Stato clusino, al quel tempo più grande della Roma regia, posto tra gli Appennini e l’Adriatico. Come ricorda Livio, op. cit. [“CuCo” 259]  popolazioni celtiche passarono in Italia a cercare terre fertili duecento anni prima dell’invasione dei Senoni di Brenno del 390 a.C., dunque ben prima che Chiusi (ma quale Chiusi?) fosse assalita e che Roma fosse presa (ducentis quippe annis ante quam Clusium oppugnarent urbemque Romam caperent, in Italiam Galli transcendere, (V, 33, 5).  Non meravigli dunque l’appellativo clusinum riservato da Livio alle aree dell’Etruria cispadana che, di certo, mutuava dalle sue origini arcaiche: come Felsina (Bononia) da Velzna (la romana Volsinii), come l’etrusca Klevsin nella romana Clusium, ma anche Clusentinus che identificava le due valli appenniniche umbro-etrusche del Mugello e del Casentino. Clusinum è dunque un toponimo archetipo utilizzato nella storiografia romana che contrassegnava un territorio molto esteso: “terre incognite”, diremmo oggi, nelle ascendenze etrusche da esplorare ex novo, che evocavano l’epopea del grande condottiero che nel VI sec. a.C. le riunificò: il nobile Porsenna, re di Chiusi (Lartem Porsennam, Clusinum regem) (II, 9, 9).
(Articolo pubblicato anche su Cultura Commestibile nr. 260)

Fig. 1 – le terre alluvionali in Valdimarina sommerse tra la fine del V e il principio del IV sec. a.C. (ricostruzione di  G.A. Centauro).

mercoledì 2 maggio 2018

A che ora è la rivoluzione?

Per maggio avevo annunciato una programmazione straordinaria al Teatro La Baracca, ma è cambiata.

Questa è la nuova e definitiva programmazione. Scusate, ma a volte ci sono problemi tra la mia creatività e il mondo esterno.
Turista il barbaro sarà possibilmente replicato nella prossima stagione. 

Questo maggio ci sarà un reading di una mia commedia A che ora è la rivoluzione?, un omaggio al '68. Anche se le cose sono molto cambiate, e non parlo della programmazione ma dei tempi politici, o forse proprio per questo.



Venerdì 18 e sabato 26 maggio '18, ore 21, al Teatro la Baracca di Prato debutta una commedia omaggio al '68: 

A che ora è la rivoluzione?

di e con Maila Ermini
e con Gianfelice D'Accolti

La commedia si svolge in un luogo imprecisato, chiamato Borgo Arancio. Si tratta di vecchio borgo abbandonato che improvvisa e misteriosamente viene occupato. E' l'annuncio di una nuova, vecchia rivoluzione mai realizzata?

I protagonisti, moglie e marito, e che osservano da cinquanta anni di distanza o forse solo da pochi centinaia di metri questo 'mistero', ne sono attratti e lo temono, e attorno a questa attesa dell'evento o del cambiamento, si svolge l'intera vicenda, con risvolti inattesi.

Oggi, una qualsivoglia rivoluzione è ancora possibile, desiderata, auspicabile, o si può solo osservarla da lontano?

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Teatro La Baracca via Virginia Frosini 8 Prato
Telefono 0574-812363.

martedì 1 maggio 2018

Primo Maggio a Prato, assenze e silenzi

Le tre sigle sindacali CGIL CISL e UIL hanno celebrato qui la Festa (nazionale) del Lavoro, e il tema era la sicurezza sul lavoro. Dopo la strage di Teresa Moda e non solo, Prato è diventata simbolo di una sicurezza che proprio nel laboratori cinesi non c'è. 

Ma i cinesi erano assenti alla Festa, e nemmeno si son visti in giro a passeggiare. Oggi, in particolare, tutti rintanati.

So bene che non possono, e che nemmeno vogliono farsi vedere in queste occasioni. La stragrande maggioranza di loro sono qui per fare soldi, punto. 

Nessuno dei sindacalisti che ha parlato, se non forse la Camusso, ha alluso veramente a loro; ma troppo poco.

Ma qui, osservare il costante sfruttamento umano, l'umanità silenziosa piegata tutto il giorno sulle macchine, queste vite così vicine e lontane che spesso vagano smarrite, insomma la visione  diretta, quotidiana dell'asservimento umano, è asfissiante.

La finzione diventa realtà: ecco come andato il debutto di "A che ora è la rivoluzione?"

C'è stata davvero ieri sera, un piccola rivoluzione durante il debutto di "A che ora è la rivoluzione?". Sembrava che la st...