sabato 28 febbraio 2015

IL BIGNAMINO DELLE DONNE


Il bignamino delle donne è un compendio comico sulla storia delle donne, dal primo peccato fino alla contemporaneità, con incluso le domande più difficili!
Uno spettacolo sui luoghi comuni, le credenze e le mitologie di genere.

Stasera al Teatro La Baracca, ore 21.

venerdì 27 febbraio 2015

Varvarito a Casale: la stessa storia

La vicenda della Varvarito, ditta di inerti che nessuno vuole, ora giunge a Casale. Per l'esattezza in via del Trebbio alla Bardena.

Addirittura, avevo pensato di farci la prima tappa de "Lo spettacolo de la città",  perché è luogo di grandi contrasti, ma è impraticabile con un autobus. 

Via del Trebbio alla Bardena costeggia il Casello di Prato Ovest, e qualcuno ancora vi trebbia ancora, nel senso che vi si coltiva un po' di grano.

Io ci vado a camminare, ogni tanto, perché vi convive il passato e il presente e si ha, nel percorrerlo, una qualche strana emozione. E' anche, oltreché, diciamolo, in certo abbandono.

Sono stupita del fatto che si possa pensare di mettere lì la ditta di inerti certamente impattante (appiccicati all'autostrada, ma non lontani dalle case), ma ancor di più dal fatto che ancora una volta la zona sud della città di Prato (prima hanno pensato a San Giorgio a Colonica, poi anche Iolo, sul pericolossimo viale Manzoni dove tra l'altro non esiste nemmeno un marciapiede!...) che la zona Sud di Prato sia la più vessata dal punto di vista ambientale.

Sono anni che viene detto, ANNI! E anni che continuano a buttarci roba e roba, occupare territorio, inquinarlo, senza pietà!

Ancora aspettiamo gli effetti benefici del Parco della Piana (sic!), la rivalutazione della dimenticata Pantanelle (con le gore inquinate del depuratore del Calice che vanno nell'Ombrone!), eccetera eccetera... Anni e anni di stessa storia.


P.S. Tra l'altro, vicino a dove vogliono mettere la Varvarito c'è un altra ditta di inerti (fra via Carlo Levi e Via Vergaio Bivio); si trova molto vicina alla rotonda dell'imbocco dell'Autostrada Prato Ovest.

Teatro La Baracca: una disperata vitalità

Nel titolo paràfraso Laura Betti, la nostra Greta Garbo non riconosciuta: un suo spettacolo dedicato a Pasolini si fregiava di questo bel titolo.
Che siamo disperatamente vivi, La Nazione se n'è accorta (grazie!), visto che  per ben due giorni di seguito ci dedica due articoli: ieri su Il bignamino delle donne, che debutta domani appunto a La Baracca, - un compendio comico sulla storia delle donne -  e poi, oggi, su Lo spettacolo della città, che forse, almeno nell'impianto e nell'idea, uno degli spettacoli più originali e 'audaci' finora realizzati. Forse tanto quanto il Laris Pulenas recitato sulla Calvana, a Poggio Castiglioni nel 2008, finora insuperato: anche in quel caso, come ora, senza soldi, senza niente: così, con disperata vitalità.
La Nazione, Cronaca di Prato, Venerdì 27 febbraio 2015
La Nazione, Cronaca di Prato, venerdì 26 febbraio 2015

giovedì 26 febbraio 2015

Grazie, Chiara Repaccini

Voglio riportare per esteso questa bella lettera della vedova del regista Mario Monicelli, Chiara Repaccini, in arte RAP (è una scrittrice e disegnatrice fiorentina).
A Grosseto avevano deciso di intitolare un premio di cinematografia a Monicelli (anche in occasione del suo centenario) e di assegnarlo a Verdone. La signora Repaccini, moglie del regista, ha detto di no, lei se n'è dissociata. Come avrebbe detto di no a Veronesi e altri.  Quindi non ci sarà nessun Premio Monicelli.
Alla signora Repaccini tutta la mia profonda ammirazione. La cinematografia italiana attuale non lega nemmeno le scarpe, come si dice in Toscana, all'opera di Monicelli. Non ne è all'altezza. Tra l'altro non ne ha nemmeno l'afflato 'rivoluzionario', alcun dissenso nelle loro opere, niente che possa ricordare quello di Monicelli; e se lo ha, è solo di maniera, da 'cassetta'.
Ogni tanto una buona notizia e qualcuno,  in arte,  che dice no.

"Leggo che a Grosseto verrà festeggiato il mio compagno di una vita, Mario Monicelli, e il suo centenario, con una cerimonia in cui sarà premiato con il Premio Monicelli, Carlo Verdone. Salvo il rispetto e l'ammirazione per l'opera di Verdone, vorrei tornare a sottolineare come Brizzi, Scamarcio, Veronesi e Verdone non rappresentino se non in piccola parte, il pensiero e soprattutto il cinema di Mario, sempre al confine tra commedia umana, società e politica sofferta". E' quanto scrive Chiara Rapaccini, per trent'anni compagna di Mario Monicelli, in una lettera al quotidiano Il Tirreno che la pubblica stamani. Il riferimento è all'evento, giunto alla terza edizione, in programma a Grosseto per il 7 marzo prossimo.
"Sono stata più volte interpellata per suggerire a Mario Sesti, organizzatore e direttore del Premio Monicelli, modalità e nomi per dare lustro e popolarità al Premio grossetano - afferma Rapaccini secondo quanto riporta Il Tirreno -. Ho chiesto che si tenesse conto del Monicelli pensatore rivoluzionario, attuale e, quel che più conta, amato dai giovani, più che all'autore di commedia tout court. Vorrei ricordare come Mario sia l'autore di film come 'La grande Guerra', 'Vogliamo i colonnelli', 'Un borghese piccolo piccolo' e 'I compagni', opera, quest'ultima, attualissima in un momento di grave crisi italiana in cui la spaccatura tra classe dirigente e classe lavoratrice è evidente e tremenda.

Mario sarebbe stato attivo in questo malaugurato momento storico e avrebbe fatto sentire il suo dissenso".
"Il mio compagno e io abbiamo amato la Maremma e vi abbiamo vissuto felicemente per anni, ma ora ho l'impressione non gradevole che il suo nome e il 'cappello' di 'anno monicelliano', venga usato per scopi un pò 'nazional popolari'", afferma ancora Rapaccini sottolineando di "dissociarsi ufficialmente dal Premio Monicelli di Grosseto".

LO SPETTACOLO DELLA CITTA' (4)

Grazie al patrocinio che ci concede il Comune di Prato, Lo spettacolo della città conquista uno spazio nel suo sito istituzionale:

http://comunicati.comune.prato.it/generali/?action=dettaglio&comunicato=14201500000286

Le richieste sono già molte, e consiglio di prenotare e prendere il biglietto entro il 12 marzo, ché dobbiamo decidere quale autobus prendere.

Dove si acquista il biglietto: al Teatro La Baracca;  ai partecipanti sarà dato un biglietto fiscale, come sempre, e uno simbolico, numerato.

Quando si acquista: a teatro ci siamo quasi tutti i giorni, salvo impegni particolari o brevi tournée. Per averne conferma, basta telefonare al teatro oppure mandare un e-mail (teatrolabaracca@gmail.com). Naturalmente si possono comprare i biglietti nei giorni in cui ci sono anche altri spettacoli o eventi.

Abbiamo previsto un piccolo numero di biglietti ridotti, destinati ai ragazzi dai tre ai dieci anni; non possiamo di più, perché lo spettacolo è tutto a nostre spese.

mercoledì 25 febbraio 2015

La vergogna dei teatri nazionali

Il Ministro Franceschini ha nominato una commissione di cinque persone, e queste cinque persone hanno dovuto decidere quali sarebbero diventati nazionali per i prossimi tre anni.

Cinque persone cinque che decidono per tutta l'Italia!
E queste cinque persone chi sono? Alcuni, esempi egregi del conformismo di sinistra:

Lucio Argano: il presidente della commissione; è professore universitario all'Università Roma 3 e alla Cattolica di Milano, esperto di 'imprese culturali' (sic!);
Oliviero Ponte di Pino: componente della commissione. E' critico di 'sistema', nel senso che con la sua rivista Ateatro lo appoggia costantemente; in sostanza è un critico finto alternativo di Sinistra ben introdotto, e da tempo;
Ilaria Fabbri: nella commissione con la qualifica di rappresentante Conferenza Stato-Città ed Autonomie Locali. La signora appartiene all'Ufficio Cultura della Regione Toscana, ne è la dirigente; proviene però da Roma, faceva parte del dismesso Ente Teatrale Italiano. La perfetta funzionaria d'apparato, ligissima; 
Roberta Ferraresi: altra componente la commissione; è una giovane dottoranda, non meglio conosciuta, ma ben introdotta, con pubblicazioni alle spalle presso case editrici del settore, eccetera;
Massimo Cecconi: nella commissione come altro rappresentante Conferenza Stato-Città ed Autonomie Locali (ma che vuol dire? boh); critico teatrale non meglio conosciuto.

E' più che lecito il sospetto che  queste persone non decidano in realtà nulla, che siano lì pro forma. Che insomma sia tutto già deciso. Nemmeno in teatro Renzi ha rottamato nulla, e tutto si svolge secondo il solito copione della logica di occupazione di potere e di partito. Come dall'era democristiana e socialista (vedi Piccolo di Milano, se non creato, creatura dei socialisti di un tempo...e vedi Strehler!). In più, negli ultimi anni s'è aggiunto il concetto che un teatro deve essere una azienda, una impresa. Deve averne i numeri.

Infatti, per diventare teatro nazionale il Teatro della Pergola si è fuso con quello di Pontedera, e sono diventati il Teatro della Toscana (un nome assolutizzante, terroristico, inglobante): si tratta di due teatri  diversi, con storie diversissime. E' una fusione solo di comodo, al fine di formare un'azienda che abbia i numeri e i criteri giusti.

Bene per il Metastasio aver mantenuto la sua 'identità', anche se certamente non è stato voluto, ma deciso in alto. L'assessore Mangani questa volta ci fa una bella figura a tenere le posizioni. Probabilmente il Metastasio diventerà un teatro TRIC, Teatro di Rilevante Interesse Culturale.

Ecco i teatri nazionali per il triennio 2015-2017:  Associazione Teatro di Roma; Associazione Teatro Stabile della Città di Napoli; Fondazione Emilia Romagna Teatro; Fondazione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa; Fondazione Teatro Stabile di Torino; Teatro della Toscana; Teatro Stabile del Veneto – Carlo Goldoni.

Sotto Napoli, niente teatro nazionale!

Altre forme di grandi aziende, ormai i teatri sono solo questo. Aziende che devono produrre numeri, e non buon teatro. Una vergogna assoluta.

Solo che la gente non lo sa. Non conosce i risvolti della cultura, le oppressioni, le falsificazioni a cui questi enti si devono sottomettere per avere i riconoscimenti eccetera.

Anch'io probabilmente avrei dovuto falsificare i dati del mio teatro, i numeri (incassi, ingressi eccetera), per avere la residenza teatrale regionale. E poi avrei dovuto essere 'buona'. E accettare le ingerenze della politica, come in altri tempi mi fu chiesto. Questo.
Insomma, i criteri per la richiesta di qualsiasi riconoscimento a 'ente' sono sballati, e credo che lo siano anche per le realtà nazionali; sembrano creati apposta per distruggere ogni realtà veramente diversa, che si ponga fuori dalle logiche di potere e di oppressione, in fondo, della blanda dittatura a cui siamo costretti.

martedì 24 febbraio 2015

Amore al latte fra Torino e Firenze

Da tempo si nota grande amore fra le due città; anzi, fra le due regioni, Piemonte e Toscana.
Ora la Centrale del Latte di Torino fa la corte a Mukki per formare un supercolosso caseario e quindi passare alla privatizzazione in forma monopolizzante.

Insomma, invece di mantenersi sul territorio e sviluppare cooperative e ricchezza locale, si tende a mangiare tutto. Mukki già praticamente detiene il monopolio del latte in Toscana, ma con la fusione peggiorerà la situazione dei piccoli produttori, e sarà meno facile garantire la qualità e la provenienza del latte.

Ma l'amore fra le due città si osserva anche teatralmente parlando, dove si rintraccia lo stesso schema assolutizzante, per cui le piccole realtà teatrali sono di fatto soffocate. Ricordo che la direttrice di Fondazione Toscana Spettacolo - l'ente regionale a gestione partitica che ha fatto cappotto di tutte i piccoli e medi teatri toscani-, è la torinese Patrizia Coletta, che qualcuno dice fedelissima PD; e attori toscani sempre più vivono e recitano nei teatroni piemontesi...

D'altronde come dimenticare che entrambe furono capitali d'Italia?

Il Piemonte in verità non sta passando un bel periodo, funestato com'è da scandali e sospette corruzioni, inquinamento voti eccetera e proprio in area PD...

La Toscana invece è ancora tutta sotto bavaglio di partito, e ancor più adesso nell'era renziana e quindi qui tutto tace o è messo a tacere.
Non credo che alle prossime elezioni cambierà molto, anche se le sorprese, si sa, sbucano sempre dietro l'angolo all'improvviso. 

Poesia ritrovata

Lavorando per "Lo spettacolo della città" ho ritrovato questa mia poesia, scritta a Cecina, dove si recitava poesie all'ombra di un traliccio.


Il poeta l’avevan messo
All’ombra di un traliccio.
Il poeta – imbestialito – gridò:
-O lui o me - .
Il pubblico già pronto, seduto,
sorrise:
-Fa parte dello spettacolo? Recita? Macché-!
Ci fu un consulto
La voce percorse le seggiole,
le poltroncine, si dibatté.
-Lui! – fu detto-,
La luce non può mancare.
Andare!-
Il poeta, sì.
-Se ne chiami un altro-, fu il grido!
Ma il traliccio
Forse impietosito
Seguì il poeta già partito.
Fu buio in sala.

Tiè. 

lunedì 23 febbraio 2015

Dimenticare Rosi

Nessun stupore che Rosi sia stato dimenticato dagli Oscar 'in memoriam', mentre si rende omaggio a Virna Lisi.
I temi trattati dai film di Rosi non sono confacenti con le motivazioni dell'esistenza stessa dell'Oscar, che ha funzione puramente commerciale, promozionale, autoreferenziale.

Molto meglio così. A volte non prendere un premio, non essere ricordati, addirittura rifiutare, è cosa buona e giusta. Va tutto a merito dell'autore, e la sua assenza in certi luoghi deputati e celebranti non fa che confortarci della presenza qui, tra noi, che non lo dimentichiamo affatto e proprio grazie a quel 'messaggio' che certa cinematografia rifiuta.

Tra l'altro ho visto Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, del simpatico Roy Anderson, vincitore del Leone d'Oro 2014, e ne consiglio la visione. Proprio perché è originale, se non bello, diverso dalla solita cinematografia americana e anche dalla melensa salsa italiana. Anche formalmente parlando. 


domenica 22 febbraio 2015

Ronconi

Tutti piangono, in modo retorico dato che molti dei piangenti non vanno nemmeno a teatro, la morte di Ronconi. A Prato, che lo ha nominato cittadino onorario nel novembre del 2014 per un laboratorio che datava anni '70, con relativi spettacoli che costarono poi una crisi di giunta e l'allontanamento del maestro, "oggi e domani sul Palazzo Comunale resteranno esposte le bandiere a mezz’asta in segno di lutto per la morte del Regista Luca Ronconi cittadino onorario di Prato". 
Io non ho mai amato Ronconi, voglio dire, il suo teatro, se si esclude l'Orlando Furioso che lui fece a Prato e anche in televisione. Quello sì, quello è stato il suo spettacolo innovativo, l'unico che si possa fregiare il titolo di 'rivoluzionario'. Il resto, no. Non suscitava in me, come nemmeno l'ultimo spettacolo che ho visto di lui al Metastasio, alcun tipo di emozione o interesse. Freddi i suoi spettacoli come le sue macchine. La recitazione poi, lentissima, degli attori, insostenibile. Maniera assoluta e assolutizzante, molto ammiccante al diafano, razionale stile francese, direi. 
Altri registi o maestri ho amato di più, meno celebrati e conosciuti, più colti e spirituali come Orazio Costa Giovangigli, il cui teatro di Roma dovette cedere il passo al più politicamente protetto teatro di Milano...(come mi racconta Gianfelice D'Accolti che ha avuto Costa come maestro).
O il provocatorio Carmelo Bene, insuperato anche nelle sue regie.
Ronconi, troppo inserito nell'asfissiante e asfittico sistema teatrale protetto dalla politica di potere, non produceva da troppo tempo ormai, alcun teatro libero o liberante, né nella scelta dei testi né più da un punto di vista tecnico.

Pier Paolo Pasolini scrive nell'introduzione di "Bestia da Stile"(1965-1974):


 "L'Italia è un paese che diventa sempre più stupido e ignorante. Vi si coltivano retoriche sempre più insopportabili. Non c'è del resto conformismo peggiore di quello di sinistra: soprattutto naturalmente quando viene fatto proprio anche dalla destra. Il teatro italiano, in questo contesto (in cui l'ufficialità è la protesta), si trova certo culturalmente al limite più basso. Il vecchio teatro tradizione è sempre più ributtante. Il teatro nuovo - che in altro non consiste che nel lungo marcire del modello del Living Theatre (escludendo Carmelo Bene, autonomo e originale) - è riuscito a divenire altrettanto ributtante che il teatro tradizionale. E' la feccia della neoavanguardia e del '68. Sì, siamo ancora lì: con in più il rigurgito della restaurazione strisciante. Il conformismo di sinistra. Quanto all'ex repubblichino Dario Fo, non si può immaginare niente di più brutto dei suoi testi scritti. Della sua audiovisività e dei suoi mille spettatori (sia pure in carne e ossa) non può evidentemente importarmene nulla. Tutto il resto, Streher, Ronconi, Visconti, è pura gestualità, materia da rotocalco".